beti


I Bantu
 
Bantu è il termine con cui si indica un gruppo di popolazioni africane (circa 100 milioni di individui) che parlano lingue del ceppo omonimo e vivono nell’Africa equatoriale e meridionale.
I Bantu, originari probabilmente dell’attuale Camerun occidentale, tra il 1000 a.C. e il III o IV secolo d.C. si spinsero sia a nord sia a sud in una delle più imponenti migrazioni della storia, sino a comprendere una vasta zona del continente africano centro e sudorientale: le aree silvopastorali dei Grandi Laghi, i bacini equatoriali, gli altipiani e le steppe meridionali.
Più che per identità culturale, attualmente i Bantu vengono identificati come gruppi linguistici, quello orientale e quello occidentale, che include la maggior parte delle lingue parlate in Africa subequatoriale, e come "popolazioni bantu" per indicare oltre 400 etnie (che complessivamente costituiscono circa i 2/3 della popolazione africana) che condividono un insieme di tratti comuni (sia linguistici che culturali) e che si ritengono, appunto, discendere dalla civiltà bantu.
 
Etnie del Camerun
I Beti
Chi sono i Beti?
Geograficamente parlando, le regioni del centro, del sud e del Camerun orientale, appartengono alla sfera culturale bantu. Si dice “Bantu della Foresta”, per meglio distinguerli dalle altre popolazioni bantu che non abitano la zona forestale.

Chi sono dunque questi Bantu della Foresta? Sono i Beti, diffusi nell’Africa centrale, dal Camerun, alla Guinea Equatoriale e al Gabon. Si tratta di grandi gruppi che hanno origine, lingua e tradizioni comuni. Malgrado questa unità culturale indiscutibile ed evidente, questi gruppi portano nomi differenti: Fang, Ewôndô, Ntumu, Okakh, Bulu, Etôn, Fôn, Mekukh, Manguissa, ecc.

Le loro tradizioni sono piene di storie mitiche che riportano le migrazioni passate, racconti e leggende, epopee e cantastorie, il tutto sostenuto da una musica epica di grande valore artistico e dai forti contenuti emozionali: è l’arte del mvet, questa parola che designa di volta in volta la strumento e il contenuto delle musiche che vi vengono eseguite.

La storia di questo popolo è ancora molto poco conosciuta ai nostri giorni, perché molto controversa, e le teorie riguardanti la loro delimitazione sono molteplici e contraddittorie. Le sole certezze che si hanno su tale argomento sono basate sulle tradizioni, le genealogie e le osservazioni dei primi viaggiatori e missionari europei e americani. A proposito dell’origine dei Beti, le tradizioni parlano semplicemente di una zona “verso Nord” in una regione elevata in cui si trovavano dei laghi, in cui vivevano i leoni e i rinoceronti, presso una popolazione “rossa”.

L’insediamento attuale dei Beti non è che il compimento di un grande flusso migratorio. L’insieme delle migrazioni è avvenuto esclusivamente per via terrestre, anche quando il suo asse seguiva il corso di un fiume navigabile. I Beti non sono dei rematori di piroga e le piste abituali seguono piuttosto le linee delle creste che le valli. Il popolamento è essenzialmente lineare, disposto in villaggi, lungo le piste e, ora lungo le strade, in lunghi nastri, separati da zone vuote.

L’insieme del gruppo si caratterizza per un’unità linguistica certa. Le differenze fra Ewôndô, Bulu e Fan, per esempio, sono ben marcate, ma non abbastanza da impedire l’intercomunicazione. La sintassi è praticamente identica, le differenze grammaticali poco importanti. Le distinzioni fra i dialetti consistono soprattutto nella pronuncia e nel vocabolario.

La struttura sociale e politica presso i Beti, è caratterizzata da tre elementi essenziali : la libertà, la parentela e l’assenza di un’organizzazione politica centralizzata. La parola “Beti” è tradotta con I Signori, I Nobili, o Gli Uomini Liberi e secondo Henri Ngoa, “i Beti sono uomini «liberi» e capaci di difendersi con i propri mezzi”. Lo spazio Beti è dunque uno spazio di libertà a grande tendenza egualitaria in cui i gruppi sociali sono stabiliti in funzione della parentela. Le sole strutture che si trovano nel paese Beti sono la famiglia allargata, il lignaggio e la tribù. Queste tre strutture corrispondono rispettivamente al Ndabot, al Mvog (presso i Beti) o Esa (presso i Fang) e all’Ayon. Tuttavia il Mvog resta l’unità fondamentale di tutta l’organizzazione sociale. La struttura sociale dominante della società Beti è dunque una struttura patrilineare a incastro. È dunque il Mvog o l’Esa, struttura sociale fondamentale dei Beti, che gioca un ruolo essenziale nelle regole del matrimonio e della solidarietà sociale. È attraverso il Mvog che si organizza la vita politico-militare, economica e religiosa. Presso i Beti la preminenza è “basata sulla filiazione”, e determinata dall’anzianità. La preminenza è dunque riconosciuta alla primogenitura. Ma benché l’anzianità crei l’autorità in modo automatico, quest’ultima è limitata, spesso minacciata dal principio che vuole che “il più capace” sia il più influente. E spesso perciò, l’autorità di cui beneficia il primogenito sembra sottomessa a un efficace controllo. Così, solo quando la sua equità e l’efficacia del suo potere di esecuzione erano riconosciuti il Nyamoro (il primogenito) diventava capo nella sua zona di influenza. Nel caso in cui il potere non è basato dull’anzianità, o quando il primogenito è incapace di governare, altri elementi possono conferire lo statuto di leader nella società Beti a tendenza egualitaria.
  •  Anzitutto per imporsi come Capo, il fisico era necessario nel passato, ma tuttavia non era obbligatorio né sufficiente;
  • oltre a ciò il dono della parola e l’eloquenza sono altre qualità che deve possedere un individuo per aspirare alla leadership nel paese Beti. L’arte di “governare” è essenzialmente la padronanza del linguaggio, perché il dono della parola permette senza alcun dubbio di possedere il proprio uditorio.
  • A queste prime caratteristiche del potere se ne aggiungono altre due importanti da conoscere: il coraggio e la generosità. La generosità del Capo del lignaggio, presso i Beti, appare senza alcun dubbio la qualità più importante. 

Così, il Capo era, presso gli antichi Beti, quello da cui la comunità si attendeva i maggiori servizi. In effetti, il Capo pressi i Beti deve mostrarsi akàb, letteralmente “Generoso”, qualità spesso associata alla parola mgba (socievole, affidabile). La ricchezza che acquisisce deve ridistribuirla, a partire dai suoi discendenti; ma anche, nonostante non sia stabilito da alcun obbligo definito, ci si attende che ne faccia beneficiare suo padre, i suoi fratelli, i suoi vicini, persino lo straniero di passaggio a cui darà larga ospitalità.

In queste circostanze, la società Beti vaolorizza all’estremo l’uomo capace di riunire in sé tutte queste qualità e di influenzare sufficientemente i numerosi Capi indipendenti per orientarli verso obiettivi comuni. Il potere presso i Beti è dunque, innanzitutto, personalizzato. Il Capo in questa società deve essere mfan mot, “vero uomo”, un ntomba “uomo distinto”, e un nkukuma “uomo veramente ricco”.

I clan presso i Béti

Il clan chiamato ayon, mvôk, mvôg secondo l’etnia, costituisce la struttura fondamentale della società Beti. Il clan comprende l’insieme dei discendenti patrilineari di un comune antenato, i figli naturali delle figlie che ne fanno parte, e gli adottati. Malgrado il primato d’onore riconosciuto alla primogenitura presso i Beti, ogni giovane adulto nato da un lignaggio Beti deve fondare in un angolo vergine della foresta la sua propria comunità indipendente, composta dalle sue spose, figli celibi, schiavi conquistati in guerra o al gioco, ed eventualmente “Clientes” venuti a mettersi sotto la sua protezione. Il Mvog ha un nome, abitualmente da quello dell’antenato fondatore, un motto che viene scandito con il tam-tam; in effetti la comunicazione tra i segmenti di lignaggio dispersi nella foresta vuota erano mantenuti con l’utilizzo continuo e molto elaborato dei tam-tam/telefono. Il Mvog ha spesso degli interdetti, forse un totem. L'esogamia più stretta vi è di regola. Tutti i membri si dicono fratelli. Essi sono sufficientemente vicini nello spazio per avere di questa unità una coscienza acuta e attiva. Così, un uomo e una donna nati nello stesso clan non possono unirsi, perché sarebbe considerato un incesto.
 
La leggenda della traversata del Sanaga
Le rive del Sanaga
Le rive del Sanaga


Dopo una lunga marcia dalla partenza dall’Egitto, in mezzo alle grandi difficoltà che dio attenuò facendo loro trovare vestiti di fortuna e piantagioni abbandonate per nutrirsi, gli antenati dei Beti si installorono sulla riva destra del fiume Sanaga, in una regione in cui costruirono delle capanne; il fiume appariva loro invalicabile; essi chiamarono questo fiume Yom (uno dei sensi di yom è «immensità») o Osananga (osanana) dal nome del loro capo o fondatore Nan o Nanga.

I Beti divennero numerosi e desiderarono attraversare lo Yom, sia per la loro espansione naturale, sia per dissensi interni, sia perché minacciati da un pericolo: il feroce divoratore di uomini Emumulumu Mba, o gli Elip o forse i Fulbé, talvolta soprannominati Sarki, o Enumulu Mombo, che volevano ridurli tutti in schiavitù; o ancora, vicini troppo turbolenti, Banen e Pigmei. Circostanze che li spingevano a partire; così nella lotta contro uomini o animali feroci, la loro superiorità magica trovava l’occasione di imporsi.

Per veder esaurito il loro desiderio, gli antenati dei Beti pregarono con perseveranza o ricorsero a un procedimento magico: il Mengissa Aso Abanda colpì il fiume con un gambo di kékémbé: apparve un arcobaleno «che divenne come un serpente» sul quale passarono. In ogni caso si produsse un prodigio: una specie di tronco d’albero si mostrò attraverso il fiume. Solamente una versione lo dà immediatamente come un animale parlante e per gli Etôn la traversata fu compiuta sul dorso di due bestie con le corna.

Secondo gli uni, lo scopritore del passaggio è lo stesso uomo che il capo. già riconosciuto o in procinto di esserlo, che porterà a buon fine la traversata; secondo gli altri, si trattò di uomini differenti; poco importa, perché a partire da ora è il minore che occupa la scena, anche se, come pensa il signor Onana, si trattò di un giovane uomo le cui qualità eccezionali si rivelarono nel corso della traversata; per tutti gli informatori Ewôndô e Bené, quello che conterà ormai sarà N’ne Bodo, il capostipite dei Bené, ignorato, per contro dai Mengissa e dagli Etôn.

Si tratta di un soprannome per questo passatore o salvatore di uomini, e le opinioni divergono sull’identità del personaggio a cui bisogna attribuirlo appropriatamente. La traversata è organizzata sotto la direzione di Tulasa o Tolesa, l’antenato degli Etudi, dal suo schiavo-indovino Ekulu Ngonda, che realizza l’operazione su delle zattere (non si tratta di tronchi d’albero magico) consigliando al suo signore (che rifiuterà) di affogare Esomba Nak, l’antenato degli Ewôndô, destinato altrimenti a comandare un giorno tutto il paese. In ogni caso, il luogo del passaggio, che si identifica con le cascate di Nachtigal, è chiamato Elig Ekulu o Elig Nkulu.

Ulteriori ostacoli si presentano dall’altra parte del fiume, secondo i casi: due alberi e un bufalo, un albero adjap, un leone, un mostro chiamato emumune mbé , che M. Onana paragona a un ippopotamo divoratore di uomini e che ostruisce il buco che permette di passare attraverso l’albero adjap. È qui che interviene Nnë-Bodo: uccide il bufalo con le sue armi; per Onana è il momento in cui il giovane uomo si rivela, gridando «ma so ya». “arrivo!” per superare tutti quelli che fuggono e trafiggere il mostro omicida con le sue tre lance; o ancora, pieno di coraggio esemplare, uccide il leone, in un istante, con la sua lancia e con il suo grande machete, a meno che non utilizzi dei mezzi proporzionati al suo carattere soprannaturale: davanti a quell’enorme leone, i cui peli della criniera strisciano per terra, i cui occhi gettano fiamme e che possiede un artiglio monumentale, Owono Kode preferisce usare i metodi magici che gli riuscivano così bene con i leopardi e gli elefanti: mentre i Beti pregano Dio di aiutarlo, egli sfinisce il leone tutta la notte con la sua magia e ricomincia la battaglia all’alba, quando lo finisce con il suo machete magico. 

Il Sanaga a Edea
Il Sanaga a Edea


Gridi di gioia delle donne, danza degli uomini. I vecchi si riuniscono e conferiscono all’eroe il soprannome di Nne Bodo; inoltre, promulgano l’interdizione di mangiare la carne del leone e ordinano di lasciarla marcire: chi ne mangerà cadrà malato; al contrario, raccolgono accuratamente il grasso del mostro per farlo mangiare ai candidati all’iniziazione.

Tuttavia, un incidente fa sparire il ponte miracoloso sul quale sono passati per un giorno, secondo alcuni, più giorni o dei mesi, secondo altri. Un cieco o un vecchio della famiglia di Benyi Esimbi, punge l’oggetto con la sua lancia; o ancora un portatore o una portatrice di torcia senza riflettere, lo brucia; il passaggio sparisce inghiottendo molti Mengissa. Ci si rende contro, allora, che si tratta di Ngan Medzâ, il grande serpente pitone, al quale tuttavia, alcuni trovano dei sostituti. Non tutti erano passati, e la separazione è vista come una disgrazia. Predomina l’opinione che tutte le tribù o clan che hanno compiuto la traversata hanno conservato dei parenti dall’altra parte del fiume, dove risiede “un gran numero di Beti”.

Si specificano i clan che sono passati: sia con la semplice cifra di 74, sia con una lista: 54 tribù o clan, cominciando dai Bekoe (= Pigmei), Ntumu, Fang, Etudi; certe volte ci si accontenta di citare i 16 o 17 clienti (o servitori) che accompagnavano il fondatore dei Bené.

In seguito i clan si dispersero.
 
 
Fonte: Minlaaba, histoire et société traditionnelles chez les Beti du Cameroun - Philippe LABURTHE-TOLRA

Home page gratis da Beepworld
 
L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!