Fiabe beti


 

 

In questa pagina ho voluto mettere alcune fiabe e leggende beti, che mi sono state fornite da p. Lucien Anya Noa, studioso delle tradizioni della sua gente.
Sono fiabe che hanno per protagonisti gli animali della grande foresta equatoriale, perché si tratta di racconti elaborati dai popoli della foresta del sud del Camerun, per tramandare ciò che sembrava loro importante. Nel loro modo di insegnare, avevano identificato degli animali come protagonisti delle loro storie, donando a ciascuno di essi un carattere particolare che lo distingue e lo personifica.
Faremo, così, conoscenza con Kulu, la Tartaruga, immagine della saggezza e dell’intelligenza, che riflette sempre prima di agire. Zee il Leopardo, invece, conta soprattutto sulla sua forza ma riflette poco. Ndoe l’Aquila forse riflette, ma assai poco. Beme il Maiale Selvatico è uno stupido, Nkaa il Varano uno stordito. E ci sono ancora Dzungo’o il Camaleonte, Mvono il Pitone e tanti altri.
 
 

Perché
la lucertola agama oscilla sempre la testa
 
  Agama agama
 
La leggenda racconta che la lucertola agama, che mangiava formiche e insetti, vedeva ogni giorno il cane passare con della carne sulle spalle; un giorno, vedendolo passare come al solito, gli domandò: «Ehi, fratello cane, vedi che io mi nutro ogni giorno di formiche, non potresti darmi un po’ di carne perché io possa variare un po’ la mia alimentazione?»; la lucertola, infatti, non poteva cacciare la selvaggina, vista la sua piccola taglia. Allora il cane le rispose dicendo: «Sorella mia lucertola, non posso perché io stesso non ricevo un granché di questa carne: il mio padrone non mi dà che gli scarti e si divide la maggior parte con i suoi figli» e aggiunse «Prossimamente, quando andrò ancora a caccia, al ritorno vieni a vedere che cosa succede e capirai quello che dico». Qualche tempo dopo, la lucertola vedendo il cane andare a caccia, lo seguì tutto il giorno fino al ritorno alla casa del padrone e, per vedere meglio quello che succedeva, si arrampicò su un albero. Arrivato il momento di fare le parti della preda, ogni volta che il cane cercava di avvicinarsi, riceveva un calcio nel sedere; sollevò allora gli occhi e guardò la lucertola che se ne stava sull’albero, e questa a sua volta rispose con un movimento della testa, come per dire: “Sì, è vero. Posso affermare di aver visto con i miei occhi che è proprio come tu mi hai detto". Dunque, il movimento della testa della lucertola agama è un segno d'affermazione per dire «Ho visto!».
 

 

L'intelligenza, madre della forza
 
   
 
Un grave litigio opponeva Zee il Leopardo e Mvono il serpente Pitone. Zee accusava Mvono di mangiare tutta la selvaggina della foresta. I due si erano spartiti la boscaglia per la caccia. A Mvono era toccata la savana. A Zee la foresta. Ora Mvono scavalcava regolarmente il confine e andava a cacciare nella foresta. Il Leopardo non apprezzava per niente questo modo di fare. Così aveva sporto denuncia contro Mvono al tribunale degli animali. Fu dunque deciso di comune accordo che l’affare sarebbe stato risolto solo davanti alla giustizia del popolo degli animali.
Nel giorno fissato, Dzungo’o il Camaleonte non venne. Tutti gli animali presero posto e attesero a lungo il Camaleonte. Finalmente venne la sera. I piedi degli alberi vennero inghiottiti dalle ombre. Ed ecco arrivare il Camaleonte, brancolando, il viso coperto di sudore. Zee non apprezzò un tale comportamento. Kulu la Tartaruga fece rimandare l’udienza di cinque giorni. «Zee, disse, calmati. Il processo avrà luogo tra cinque giorni». La collera del Leopardo non fece che aumentare. Allora Kulu gli disse: «Oh, Zee, calmati. Un conflitto si aggrava solo se non si fissa la data del verdetto».
Zee si alzò impetuosamente e disse a Kulu: «Ecco che hai fissato un a proroga di cinque giorni. Bisognerà che ti alzi presto! Lo sai che Dzungo’o e tu fate molta fatica a mettervi in moto.»
Kulu fu molto contrariato di essere stato paragonato a Dzungo’o. Zee prese ancora la parola e disse: «Oh Kulu, figlio di mio padre, che cosa ti irrita tanto?» “Oh Zee, rispose Kulu, chi osi paragonare a Dzungo’o? Hai mai sentito gli uomini dire a me come spesso dicono al Camaleonte: “Camaleonte, cammini lentamente, per paura che la terra sprofondi?” Oh Zee! Sei capace di camminare o di correre più veloce di me? Per chi mi prendi?»
Zee si mise a ridere e disse a Kulu: «Cosa? Tu cerchi la gloria che agli occhi delle genti animali? Tu, Tartaruga, vuoi misurarti con me, leopardo, nella corsa?» Kulu replicò: «io non pretendo di misurarmi con te, io dico che corro più veloce di te!». Zee accettò la sfida e mise in pegno sua figlia. Kulu fece altrettanto. Gli animali si torcevano dalle risate.
Infine arrivò il giorno della gara. Ogni spettatore aspettava con impazienza l’esito di questa corsa. Bisognava superare tre boschetti e tre corsi d’acqua. Fu nominato un comitato di arbitraggio per sorvegliare lo svolgimento della prova. Inutile stancarvi le orecchie: «Che le orecchie si aprano!»
Appena ebbe lasciato la sala del tribunale, Kulu chiamò i suoi figli e disse loro: «Figli miei, i nostri padri dicevano così: “Se ti parlano della vita, bisogna essere cauto!” È l’intelligenza che conta. La forza da sola non porta a niente. Per questo ci tengo a mostrare a Zee che so correre con la mia intelligenza e che lo supererò, perché lui non conta che sulla sua forza muscolare. L’intelligenza è la madre della forza. Il mio piano è dunque questo: ci sono tre strisce di terra fra i corsi d’acqua e ci sono anche tre corsi d’acqua. Che ciascuno di voi vada a nascondersi su una riva. Appena sentirete arrivare Zee, uscite dal vostro nascondiglio e mostratevi sulla sponda. Così sarete sempre primi.»
I figli di Kulu partirono, dunque, e si disposero come convenuto. Arrivò il giorno del concorso. Kulu venne a mettersi sulla linea di partenza e sollevò la testolina dal carapace. Zee si rizzò, la lingua penzoloni, lo sguardo minaccioso, la coda che gli sferzava i fianchi. Gli animali si torcevano dalle risate, ognuno dicendosi impaziente di vedere l’esito di questa corsa.
Zoe l’elefante contò: «uno, due, tre…» A guardarlo, Kulu non faceva che barcollare. Tutti gli animali si tenevano la pancia dal ridere. Alcuni domandavano: «Perché Kulu ha messo in gioco sua figlia, visto che non può rivaleggiare con Zee nella corsa?». Altri dicevano : «Aspettate di vedere l’esito di questa prova, perché l’avvenire è cieco!» Appena Kulu si rese conto di essere fuori dalla vista degli animali, andò a nascondersi in un cespuglio, e si mise a fare lo spaccone percuotendo il terreno con le sue piccole zampe. Diceva, rivolto a Zee: «Te l’ho fatta, e ben ti sta! Tu creperai solo a correre così.» Zee si volse a guardare. Nessuna traccia della Tartaruga. Fremette di indignazione dicendo: «Perché sfiancarmi a correre? Ma chi è Kulu per competere nella corsa con me, che sono un leopardo?»
Ogni volta che Zee raggiungeva la riva di un dei corsi d’acqua lungo il percorso, gli animali acclamavano già Kulu. La piccola scimmia dal pelo rosso scrollava un cespuglio, le ovazioni esplodevano nell’aria. Zee ne fu stupito e domandò: «Cos’è? Stregoneria, incantesimo o magia? Come procede Kuku? Vola nell’aria come un uccello?»
Uno dei figli di Kulu lo salutò e si mise a cantare: «Io conto il numero dei fallimenti: uno, o mamma mia! Sei e sette! O mamma mia!» Il Leopardo crepava dalla rabbia non sapendo come spiegarsi un tale enigma.
La corsa riprese: uno, due, tre, avanti! Zee accelerò freneticamente. Anche Kulu partì. Zee si disse: « Questa volta voglio proprio vedere!» Ma quando finì la sua corsa, Kulu era già arrivato e si asciugava la fronte guardandosi indietro. Zee ebbe voglia di suicidarsi. La terza volta si ripeté la stessa cosa.
Vedendo che la Tartaruga aveva vinto la corsa, Zee il Leopardo si rivolse agli animali dicendo: «Non vi avevo detto che Kulu è uno stregone e pratica la magia? Chi di voi può credere che la Tartaruga è capace di battermi nella corsa, a me il Leopardo?» Così dunque, Kulu vinse la scommessa e si prese anche la figlia che il Leopardo aveva lasciato in pegno.

 

 
La saggezza e la follia
 
   
Nei tempi antichi venne al mondo un uomo che non aveva molto giudizio. Siccome si comportava stranamente, lo soprannominarono Fofol.
In più, quest’uomo era cagionevole di salute; così i suoi genitori lo proteggevano costantemente senza perderlo mai di vista e impedendogli di allontanarsi da casa.
Ma un giorno eluse la sorveglianza dei suoi e si mise a camminare lungo la strada come una pecora liberata dalla sua corda. Arrivato al bordo di un ruscello, restò perplesso perché aveva una fifa blu dell’acqua.
Poco dopo arrivò un passante che lo trovò lì, smarrito ai bordi del fiumiciattolo. Il viandante gli domandò cosa aspettasse. Il folle gli disse: «Aspetto che il ruscello finisca di passare, così potrò attraversare a piedi asciutti.» Il passante scoppiò a ridere.
«Tu sai in quale momento questo ruscello finirà di passare?» gli domandò.
«No! Non lo so, rispose il folle. Ma so che su questa terra tutte le cose hanno una fine, perciò aspetto che il ruscello finisca di scorrere.»
Allora il passante gli disse: «È fatica sprecata aspettare che l’acqua finisca di scorrere, perché anche durante la stagione secca, al tempo della grande canicola, questo rivo non smette mai di fluire.» Ora, mentre discutevano così, delle persone facevano il bagno a monte. Anche loro scoppiarono a ridere, stupite che qualcuno potesse aspettare che il ruscello smettesse di scorrere, prima di passare all’altra riva.
Il folle fu preso dalla collera, prese tutti i loro vestiti e scappò portandoseli via. Quelli che si stavano bagnando uscirono nudi dal fiume e si lanciarono al suo inseguimento. «Prendeteci quel folle!» gridavano. La gente, vedendo degli uomini nudi come mamma li aveva fatti inseguirne un altro, si mise a ridere dicendo: «Ecco dei folli che fanno una gara di corsa.» Tutto il villaggio uscì per vedere una scena così bizzarra.
Ed ecco come un folle fece prendere per folli delle persone sane di mente. Tutto è contagioso, la saggezza come la follia.

         

 
La parola vale contratto
 
   
Accadde una volta che un cacciatore e uno spirito si incontrarono vicino a una trappola. Fecero amicizia e strinsero il patto di disporre le loro trappole lungo lo stesso sentiero. La spartizione della selvaggina sarebbe stata fatta nel seguente modo: tutti gli animali maschi sarebbero andati all’uomo e le femmine allo spirito.
Alla prima ispezione delle trappole, trovarono molti capi, tutti maschi.
L’uomo perse la testa all’idea di portarsi dietro tutta quella selvaggina. Pregò dunque il fantasma di accettarne una parte. Lo spettro rispose: «Un patto è pericoloso presso gli spiriti.»
Alla seconda ispezione, situazione identica: gli animali, tutti maschi, presero la strada del villaggio dell’uomo. Questi cercava sempre si spartire il suo bottino con lo spirito, che rispondeva invariabilmente: «No, un patto è molto pericoloso tra noi spiriti.»
Questa situazione durò a lungo, fino al giorno in cui trovarono un elefante preso nella trappola. Fu subito chiaro che l’elefante era un maschio. Lo spirito disse al suo amico: «È il tuo elefante!» E rifiutò di spartire l’elefante con l’uomo.
Il cacciatore, dunque, si mise a squartare l’elefante all’interno della trappola. Tagliò, tagliò e tagliò a lungo, assistito dalle sue mogli. Per trasportare la carne al villaggio furono necessari molti viaggi che durarono giorni e giorni.
Quando tutta la carne dell’elefante fu trasportata al villaggio, l’uomo andò a riposarsi e si allungò sulla sua sedia preferita. Mise la mano nella tasca per prendere la sua pipa e tirare due o tre boccate per distendersi, ma non la trovò.
Si ricordò allora di averla lasciata nella fossa in cui aveva fatto a pezzi l’elefante. Disse allora a una delle sue mogli: «Sono molto stanco! Vammi a cercare la mia pipa che ho dimenticato quando ho squartato l’elefante nella fossa.»
La donna partì e arrivò alla buca dove avevano tagliato la preda; vi discese per cercare la pipa che aveva scorto da una parte. Era ancora là dentro, quando arrivò lo spirito che le disse: «Seguimi, tu ormai mi appartieni.»
Intanto, al villaggio, il cacciatore aspettava. Aspettò, aspettò e non vedendo arrivare la moglie, ne inviò un’altra. Anche quella sparì. Una terza subì la stessa sorte.
Sparirono tutte, fino all’ultima che scomparve come le altre. L’uomo allora decise di andare a vedere di persona cosa succedesse nella foresta. Arrivato alla trappola, che cosa vide? Tutte le sue mogli in fila dietro allo spirito.
Questi gli disse: «Amico, ho trovato queste femmine dentro la trappola… quindi, secondo la nostra convenzione, esse mi appartengono!» L’uomo si prese la testa tra le mani e cominciò a lamentarsi. «Amico, gli disse lo spirito, un patto è pericoloso: tra noi spiriti, la parola vale contratto…»

 

 
Il matrimonio di Kulu
 
   
Zameyo Mebenga aveva generato una figlia di una bellezza straordinaria. E la febbre prese tutto il paese: tutti volevano sposare la figlia di Zameyo Mebenga.
Questi dichiarò: «Colui che vorrà sposare mia figlia dovrà innanzitutto tagliare una trave d’acqua nel fiume.» E il suo villaggio si riempì dei giovani più valorosi del paese. Non mancava nessuno.
Zameyo Mebenga li chiamò e disse loro: «Ragazzi miei, se volete sposare mia figlia andate a ritagliare una trave d’acqua al fiume. Non accetterò nessun altro dono.»
Tutti si lanciarono di corsa, arrivarono al fiume e ben presto lo riempirono tutto. Ma come fare per prelevare una trave d’acqua? Se ne tornarono allora uno dopo l’altro, ciascuno a casa propria, raccontando che Zameyo Mebenga non voleva maritare sua figlia.
Questo fatto divenne argomento di conversazione di tutti i clan, ma nessuno riusciva a immaginare come ritagliare un’asse dall’acqua. Anche Kulu la Tartaruga ne sentì parlare e si informò: «Che ne dite? Se non si porta una trave d’acqua a Zameyo Mebenga, nessun matrimonio per sua figlia?»
Allora Kulu andò da Zameyo Mebenga e gli disse: «Sono venuto per sposare tua figlia. Dammi solo un ragazzo che mi porti al fiume.» Gli fu dato un ragazzo e questi lo condusse dove voleva.
Arrivato al fiume, Kulu si mise ad agitarsi dentro l’acqua in ogni direzione. Poi disse al bambino: «Amico, se avessi qui un’ascia, taglierei immediatamente una trave d’acqua. Va’ subito al villaggio e portamene una.» Il ragazzo corse al villaggio a prendere un’accetta. Ritornò seguito da una gran folla di curiosi che volevano vedere che cosa Kulu avrebbe fatto con un’ascia. Quanto a Kulu, questi continuava ad agitarsi nell’acqua.
Poco tempo dopo, rimandò il bambino al villaggio con questo messaggio: «Ragazzo, vai a dire a tuo padre che sto per finire di tagliare la trave. Se dunque vuole che gliela porti al villaggio, mi mandi presto una corda di fumo. Mi intrecci questa corda con le volute di fumo che escono dalla sua pipa…»
Il bambino corse al villaggio e disse a Zameyo Mebenga: «Padre, Kulu ti manda a dire che ha finito di tagliare la trave d’acqua; se vuoi che te la porti al villaggio mandagli una corda di fumo.» Zameyo Mebenga sgranò gli occhi e fissò il bambino e gli disse: «Che gli mandi una corda di fumo? Come si può fabbricare una corda di fumo? Chi è capace di tenere il fumo nelle mani in modo da tesserne una corda?» Il ragazzo tornò di corsa al fiume e riferì tutto questo a Kulu.
Sentito questo, Kulu uscì dall’acqua e disse al bambino: «Vai dunque a dire questo a tuo padre: siccome lui non può intrecciare la corda di fumo che mi serve, neppure io posso portargli la mia trave d’acqua.»
Zameyo Mebenga chiamò Kulu e gli disse: «Tu meriti di sposare mia figlia, amico mio, perché oggi ti sei mostrato all’altezza del tuo soprannome “Tartaruga Dalle-Mille-Astuzie”. Se non ti do mia figlia, tu saprai convincermi della mia malafede. Prendi dunque tua moglie, Kulu, e vattene.»
Ed è così che Kulu sposò l'incantevole figlia di Zameyo Mebenga. L’astuzia del piccolo serpente verde è la stessa del piccolo rospo.

 

 
Il camaleonte e la lucertola agama
 
   
Il Camaleonte e la Lucertola Agama erano nati dallo stesso padre e dalla stessa madre. Il Camaleonte era il maggiore, l’Agama il più piccolo. Il padre li ammogliò tutti e due. Il Camaleonte traslocò e andò a stabilirsi nel cuore della foresta. Anche l’Agama cambiò casa e andò ad abitare in un foro. I due fratelli comunicavano regolarmente con il tam tam.
Il Camaleonte era di andatura lenta, molto incerta ma era molto scaltro. È per questo che si dice spesso: «Camaleonte, cammina lentamente, per paura che la terra sprofondi.» Ed è sempre per questo che prende il colore di ogni albero su cui si arrampica.
Or ecco che il Camaleonte morì. Tutto il popolo degli animali, senza eccezione, venne ai funerali. Fu qualcosa di straordinario! Il giorno della divisione dell’eredità, Zoe il Leopardo si alzò, prese la parola e disse agli animali: «Il Camaleonte era mio fratello ed eravamo molto attaccati l’uno all’altro. Dunque, ora che è morto, dico questo: io rivendico solamente il suo sacco di kola.» Questo era un sacco di saggezza, di prudenza e di accortezza nella vita.
Tutti gli animali restarono muti e non diedero alcuna risposta, perché si domandavano da dove venisse al Leopardo il diritto di reclamare la sua parte dell’eredità del Camaleonte. Amicizia vuol dire parentela? I nostri stessi antenati non hanno detto: «I bufali a parte! Gli elefanti a parte»? E hanno detto anche: «Mostrate agli uomini la linea che li separa da voi, e allora avranno la saggezza ben piazzata nella pancia.»
Allora Kulu la Tartaruga si alzò e domandò: «Il Camaleonte non ha lasciato figli, fratelli o un parente prossimo?» «Sì. Il Camaleonte ha lasciato una figlia e un fratello di nome Agama.»
La Tartaruga si rivolse dunque al popolo degli animali in questo modo: «Non vedete che la spartizione si delinea con equità, come la nervatura centrale della foglia di banano? Siccome il Camaleonte è morto è l’Agama che eredita il sacco di kola.»
Da questo nasce il proverbio: morto il camaleonte, l’agama eredita il sacco di kola.

     

 
Se Dio lo permette
 
   
Un uomo, un giorno dissodò un campo per piantare le zucche. Fece un grande campo e ottenne un eccellente raccolto. Decise che in seguito vi avrebbe piantato le arachidi.
Vedendo il grande albero che si drizzava in mezzo al campo, l’uomo disse: «Domani abbatterò questo albero!» Ora, egli mentre parlava così, un uccellino accudiva i suoi due pulcini tra i rami dell’albero. Sentendo l’uomo parlare così, andò a informarsi presso Dio:
- Ho avuto due piccoli su un albero al centro del campo di un uomo. Ora lui progetta di abbattere l’albero, domani. Cosa debbo fare?
- Quest’uomo ha detto altre cose? Chiese Dio
- Nient’altro, rispose l’uccellino.
- Va’, non avere paura! Quest’uomo morirà domani, riprese Dio.
Il piccolo uccello se ne tornò al nido. Ed ecco che l’indomani mattina l’uomo partì per abbattere l’albero e morì in cammino.
Quest’uomo aveva un figlio. Questi decise di andare a completare il lavoro cominciato da suo padre. Arrivò al campo, vide il grande albero che vi sorgeva al centro, «Domani, disse, abbatterò quell’albero in mezzo al campo. È meglio che non resti là!»
L’uccellino tornò da Dio e gli disse:
- Un altro uomo progetta di abbattere l’albero domani!
- Quest’uomo ha detto altre cose? domandò Dio
- No, rispose l’uccellino. Non ha detto altro.
- Va’, anche quest’uomo morirà domani.
A sua volta, il figlio minore dell’uomo disse: «Domani abbatterò quest’albero, se Dio vuole!» Il piccolo uccello andò a riferirlo a Dio che gli pose le stesse domande. «Quest’uomo, rispose l’uccellino, ha detto che abbatterà l’albero domani, se Dio lo permette.» Dio disse: «Va’ subito a prendere i tuoi piccoli e trova loro un altro nido, perché l’uomo ha detto: abbatterò l’albero domani, se Dio vuole!»
Fratello, ecco cosa ti consiglio: prima di intraprendere qualunque cosa, devi sempre dire: «Verrò domani, se Dio vuole.» Che nessuno intraprenda un’opera senza invocare la sua volontà. Fate tutto secondo la volontà di Dio, ripetendo in fondo al cuore: «Se Dio vuole!»

 

 

 

Il Villaggio Vivente ONLUS
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