Mfida


 
 
 
Mfida è la storia di un’amicizia e di un incontro.
L’amicizia è quella che da molti anni mi lega a p. Thomas, un sacerdote camerunese con cui per gioco è nato un sogno.
Prima di incontrarlo non avevo mai pensato veramente di andare in Africa, che costituiva un itinerario fantastico, come mille altre mete proposte dall’atlante e dalla fantasia. Non avrei mai potuto immaginare che quella persona incontrata per caso una fredda sera di febbraio a Santa Maria in Trastevere, mi avrebbe catapultato in un mondo di caldo, di insetti, di alberi, fiori e odori così diversi da tutto quello che conoscevo. Soprattutto, non avrei mai immaginato che tutte le mie idee su nord e sud del mondo sarebbero state scardinate, lasciando il campo a esperienze non sempre traducibili in parole.
Insieme abbiamo cominciato a parlare del Camerun, della sua natura, della sua storia e della sua gente. È nato così, per gioco, il desiderio di conoscere personalmente quella realtà e a questo desiderio si andava sottilmente affiancando quello di proseguire la nostra amicizia, al di là degli scherzi e dei dialoghi romani, nella realizzazione di un sogno.
Dopo il suo ritorno in Africa, armata della sana volontà di fare conoscenza con gli elefanti e le giraffe camerunesi, ho preparato accuratamente il mio viaggio, premurandomi di non trascurare la cosa essenziale: partivo per un posto di cui non sapevo niente. Volevo lasciarmi catturare dall’Africa e non incontrare la conferma alle mie aspettative e idee preconcette.
 
La mia prima mattina a Mfida, ho incontrato i bambini del villaggio. Somigliavano tanto a quelli visti nelle fotografie che illustrano l’Africa e i suoi problemi. Apparivano coperti di polvere e di fango, con le magliette sbrindellate, le facce e le ginocchia sporche, in poche parole, davanti a me c’erano i “poveri bambini africani”! I loro occhi, però, erano bellissimi, grandi, dolci e vivaci. Ho imparato quasi subito che quello spettacolo doveva leggersi diversamente: erano l’illustrazione di un’altra storia, quella delle “povere mamme africane” che lavano, lavano e lavano montagne di magliette, che appena indossate cambiano subito colore.
Peccato che questi immani bucati non avvengano in lavatrice e che l’acqua venga portata da pozzi non sempre tanto accessibili.
Così, in quella prima mattina al villaggio, i problemi dell’Africa si sono presentati ai miei occhi sbigottiti.
Riesce difficile a noi, che diciamo con aria grave “debbo caricare la lavatrice”, guardare la fila di grandi mastelli pieni di panni, allineati sotto le grondaie per raccogliere l’acqua piovana e pensare che ogni giorno il rito si ripete: gli uomini partono dal villaggio di prima mattina per andare al pozzo e tornano con le carriole cariche di grandi recipienti pieni d’acqua, che servirà per tutte le necessità della giornata, e poi la partenza per i campi e il faticoso lavoro condotto con strumenti rudimentali, il ritorno a casa con le pesanti gerle colme di manioca o di platani, il bucato, compiuto come una cerimonia collettiva, la preparazione della cena e la notte che scende improvvisa e il buio che avvolge il villaggio.
I bambini sparivano per tutto il giorno, ho scoperto che andavano a scuola percorrendo sette chilometri sulla statale che collega Yaoundé con il Sud e il Gabon: a Mfida mancava tutto, anche la scuola.
Il “mio” villaggio era uno spaccato di quell’Africa terrorizzata dalla miseria, minacciata dalla fame, prostrata dalle malattie endemiche e oltretutto corrosa dall’analfabetismo.
 
Sul piano politico, i villaggi, ridotti allo stato di sussistenza, appaiono come un universo fuori gioco: la maggior parte non esiste in nessuna carta politica. Non sono integrati in alcun piano di urbanizzazione e non beneficiano di alcun programma per il miglioramento dell’habitat. Rispetto all’esperienza quotidiana, le zone rurali rappresentano un terzo mondo, in cui la miseria, l’arcaismo, la sofferenza, e altre privazioni costituiscono il pane quotidiano delle popolazioni abbandonate alla loro sorte. Si continua a vivere nella maggior parte di questi agglomerati come all’epoca medievale: senza acqua potabile, senza energia elettrica, senza dispensari o scuole accessibili. Anche l’abitato si presenta come un ammasso di capanne precarie e disagevoli per l’uomo moderno.
Dall’immersione in questa realtà è nato il desiderio di realizzare quanto avevamo immaginato per gioco con p. Thomas al tempo dei suoi studi a Roma, quando lui sognava di cambiare a poco a poco la faccia del suo villaggio, partendo da un modello specifico: il villaggio vivente.
 
Aiutare ad aiutarsi o la strategia di una solidarietà interculturale
Lo scopo di questo progetto è anzitutto di migliorare le condizioni igieniche e sanitarie del villaggio, di rendere decente l’abitato, di provvedere ai beni essenziali come l’acqua, la corrente elettrica, la salute e l’educazione, mettendo in evidenza la necessità di una reale sinergia di forze vive locali con i contributi provenienti dall’estero.
 
Gli obiettivi
Questo permetterà di favorire il radicamento dei giovani nella ricchezza dei loro valori culturali tradizionali e di dar loro l’opportunità di intraprendere nuove attività, agricole, artigianali e culturali, che diano nuova linfa al territorio.
Si tratta di un certo numero di azioni che abbiano i seguenti obiettivi:
  • Trasformare la vita di un ambiente rurale senza violentare l’ecosistema e sostenendo il giusto equilibrio fra tradizione e modernità;
  • Incoraggiare la scolarizzazione dei bambini e dei giovani;
  • Lottare contro l’analfabetismo delle popolazioni adulte;
  • Promuovere la salute materna e infantile, familiare e comunitaria;
  • Migliorare le condizioni socio-economiche dei contadini con l’apprendimento di mestieri creatori di reddito;
  • Intraprendere l’acquisizione di nuove tecniche di produzione per massimizzare il rendimento dei prodotti agro-alimentari;
  •  Sviluppare l’organizzazione di cooperative di produzione.
 
Azioni avviate
 
Per concretizzare questi obiettivi, immediati o a lunga scadenza, p. Thomas ha sollecitato l’aiuto dei suoi amici europei che si sono organizzati in due associazioni. La prima è la fondazione tedesca LDK (Lebendiges Dorf Kamerun ev.) in attività dal 2006. La seconda è l’associazione italiana il Villaggio vivente riconosciuta dallo Stato italiano nel 2007.
L’originalità della nostra cooperazione consiste nella collaborazione trasparente che le due associazioni hanno stabilito con la fondazione locale ASSAPIDEME (Association d’Appui aux Initiatives de Développement de Mfida et ses Environs).
Attraverso queste tre associazioni, alcuni dei nostri obiettivi sono già stati raggiunti, e altri sono in corso di realizzazione:
  • Perforazione di tre pozzi di acqua potabile già funzionanti,
  • Costituzione  di una cooperativa agricola fondata nel  2007,
  • Progetto di costruzione di un centro sanitario inaugurato il 13 giugno 2009;
  • Progetto di costruzione di una scuola primaria e materna, in corso di realizzazione.
 

 

Sito web gratis da Beepworld
 
L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!